Quando avere la pila fa la differenza! /1

Non avendo “la pila” (ovvero i soldi) lasciatemi almeno avere una pila (nel senso di una torcia elettrica) che sia eccezionale!

Perché voglio la pila

Sono cresciuto in campagna, senza illuminazione pubblica e per gran parte senza illuminazione di notte. Vi ricordate il motto: “Metteremo la luce anche nei campi”? Ecco ai miei tempi non l’avevano ancora fatto, adesso forse un po’ troppo!

Non solo, ma nemmeno tutte le stanze erano illuminate. Alcune parti della casa in cui vivevo con i miei genitori non aveva l’impianto di illuminazione, e di notte era il regno di animali vari (gatti in calore, cani, topi, unicorni…) e rumori da film dell’orrore.

C’era proprio il buio!

Ma credetemi non è il buio che vi immaginate, era proprio buio pesto, senza alcuna luce, se non le stelle o la luna, che in inverno venivano annullate da una fitta coltre di nebbia umida.

Ecco perché sin da piccolo ho sempre avuto una mia torcia elettrica.

E nel tempo ne ho avute diverse, ma tutte mi hanno sempre lasciato insoddisfatto, fino a che non sono arrivate le torcie a LED.

Ma vediamo con ordine la storia, sul filo dell’amarcord.

Le torcie cilindriche

Il primo modello che ricordo era una torcia cilindrica in un contenitore metallico, penso fosse alluminio, che aveva una semplicità costruttiva incredibile. Il corpo centrale era un cilindro di metallo conduttivo, in fondo c’era un tappo sempre di metallo, con una molla. Quando avvitavi il tappo, la molla faceva pressione sulle batterie e il tappo si collegava elettricamente al resto della carcassa. Circa a metà, un interruttore a slitta spostava avanti e indietro una lamella di rame, che da un lato appoggiava sulla carcassa, dall’altro andava a far contatto sulla ghiera che bloccava la lampadina.

Il polo positivo invece andava direttamente ad appoggiare sul culo della lampadina, pertanto l’accensione / spegnimento veniva gestito interrompendo il negativo.

Era esattamente come descritto nel brevetto Misell’s Patent 617,592 del 1899. Solo leggermente più moderno.

Le celle erano 3 tipo D dette appunto “torcia” nel linguaggio comune, e se erano cariche facevano abbastanza luce. Ma attenzione, erano le vecchie pile Zinco-Carbone, non erano le alcaline tipo Duracell che usiamo adesso, e sul fatto che fossero cariche non c’era da fare molto affidamento.

A volte le dimenticavi dentro la torcia, e il giorno dopo era uscito l’acido, e segni evidenti di ossidazione facevano capire che le celle erano da cambiare.

Nonostante gli anni passati, ho trovato un’immagine delle pile che usavo, con annessa fuoriuscita di acido:

Inoltre, la realizzazione della torcia era di scarsa qualità (altro che i cinesi di oggi!) mal si prestava alla tenuta stagna, pertanto se cadeva in acqua non si accendeva più, perchè si bagnavano i contatti e il circuito da qualche parte si interrompeva.

Ma l’evento più catastrofico era la caduta in terra. Le tre pile diventavano un potente ariete che rinculando contro la molla sfondavano il retro della lampadina. A quel punto bisognava rassegnarsi e tornare a casa per sostituire la lampadina, che andava comprata tipicamente il venerdì al mercato.

Anche il riflettore era abbastanza approssimativo e ovviamente non aveva il fuoco regolabile, pertanto in distanza non illuminava molto.

Per non parlare del vetro frontale, anche questo soggetto a rompersi, essendo di vetro.

Insomma, rispetto ad una torcia moderna, era proprio scarsa! Ma sapete com’è… Quello passava il convento!

Le torcie tascabili

Per oggi basta amarcord, è tempo di andare a dormire.

La prossima volta vi racconto della mia prima torcia, la Superpila M79, un vero carro armato, per il tempo, con un design studiato per essere molto più pratica da usare.

Autore: Gianbattista

Appassionato di tecnologia, è l'autore di Qt5 Quanto Basta. Per lavoro mi occupo di elaborazione delle immagini per applicazioni industriali.

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